Mettendo in fila le notizie degli ultimi giorni, pare che qualcosa si stia finalmente muovendo sul piano vaccinale, dopo la surreale stagione delle primule fantasma di Arcuri. Ma il ritardo è palese: pur disponendo di aziende all’avanguardia per quanto riguarda bioreattori e infialamento, ci vorranno infatti dai quattro ai sei mesi per mettere a regime il sistema, ed è lecito chiedersi perché tutto questo non sia stato fatto prima.
Domanda retorica, perché la risposta è nota: un anno fa non fu solo ignorato il piano pandemico, peraltro vetusto e mai aggiornato, consentendo al virus di circolare liberamente per settimane, ma non si fece neanche nulla per far trovare il Paese pronto all’appuntamento col vaccino, pur sapendo che la mobilitazione scientifica globale lo avrebbe prodotto in tempi relativamente brevi. Ma è inutile andare alla ricerca del tempo perduto: il danno è fatto e l’Europa ha fatto perfino peggio: è sicuramente una buona notizia che l’Ema abbia avviato, dopo mille inspiegabili tentennamenti, la valutazione dello Sputnik. Ma questo non toglie che sui vaccini la Commissione europea si è mossa alla velocità di un pachiderma, e non è un caso che la Gran Bretagna da sola abbia vaccinato più cittadini di tutti i Ventisette Paesi dell’Unione: l’approccio intergovernativo, difeso a spada tratta anche nell’ultimo vertice europeo informale, ha messo il dito nella piaga di un meccanismo decisionale che è già costato un grave ritardo competitivo sull’approvvigionamento dei vaccini e che si trasformerà in un drammatico gap anche per la successiva ripresa economica.
L’altro grande buco nero sono i tempi burocratici troppo lunghi con cui l’Agenzia del farmaco approva i nuovi vaccini, col paradosso che nell’intento di tutelare la sicurezza degli europei si è finito per penalizzare la tempestività nella distribuzione. Oltre a un severo esame di coscienza sui gravi errori commessi nello stilare i contratti con le Big Pharma, urge quindi una drastica modifica normativa per consentire all’Ema di approvare i vaccini secondo la procedura d’emergenza, che ora è prevista solo a livello nazionale. Altrimenti cresceranno inevitabilmente – e legittimamente – le spinte centrifughe dei Paesi che stanno cercando strade autonome per l’approvvigionamento delle dosi, con Austria e Danimarca a fare da battistrada attraverso l’accordo triangolare con Israele, il Paese che ancora una volta si è dimostrato il più pronto a tutelare l’interesse nazionale.
Ora, visto che la Commissione europea ha annunciato altri ritardi nelle consegne da parte di Astrazeneca, sarebbe assurdo alzare un Muro burocratico contro la Russia, che è pronta a mettere a disposizione da giugno 50 milioni di dosi di un vaccino – lo Sputnik, appunto – che secondo l’Istituto Spallanzani presenta “un ottimo profilo di sicurezza a breve termine” ed è comparabile a quelli già autorizzati per l’uso clinico. Per vincere la guerra al Covid di tutto c’è bisogno meno che di nuove cortine di ferro.

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