Enrico Letta, dopo sette anni di esilio parigino, è a tutti gli effetti un altro papa straniero a cui il Pd si affida per interrompere un declino che pare irreversibile. Incoronato con un plebiscito dall’Assemblea nazionale, ha però detto di ricercare “non l’unità, ma la verità”. Auguri, perché la verità è come la realtà: hanno entrambe la testa dura e sono assai scomode: il Pd è infatti da tempo un partito buono a nulla e disposto a tutto che, con l’avvento di Draghi, si è ritrovato nudo alla meta:senza un’anima e senza una prospettiva che non sia quella di trovare un imbarco per restare al governo. Con un consenso in costante discesa, la vocazione maggioritaria è finita in soffitta, come la missione di arginare l’antipolitica, fragorosamente contraddetta dall’alleanza con Grillo e Conte che il nuovo segretario ha già annunciato di voler coltivare.
Ma ci vorrebbe ben altro per rianimare un partito che ha fallito ogni obiettivo strategico che non fosse l’attaccamento al potere mascherato da responsabilità istituzionale. Né la stagione dell’Ulivo né, tantomeno, quella dell’Unione, sono state in grado di preparare una credibile alternativa al centrodestra. Il Pd doveva essere il centro di gravità della sinistra, ma non ha mai saputo mettere in campo un Tony Blair in grado di rifondarla come accadde in Gran Bretagna dopo l’era Thatcher. Ora Letta dovrebbe paradossalmente ringraziare il suo arcinemico Renzi, che in un colpo solo ha fatto cadere Conte e Zingaretti, ma la sua segreteria nasce già con le stimmate dell’ambiguità politica, perché se l’obiettivo è fare da calamita per il rientro simultaneo dell’area liberalriformista e degli scissionisti di Leu, significa riproporre gli equivoci che hanno reso anatre zoppe prima il Pds e poi lo stesso Pd, frutto avvelenato della fusione a freddo con la Margherita. Per un’operazione del genere servirebbe un leader autorevole e legittimato dalle urne, non un Cincinnato minore richiamato in servizio per disperazione a gestire un cumulo di macerie. Rimettere insieme da una parte Calenda – non il reietto Renzi, su cui grava una definitiva conventio ad excludendum – e dall’altra Bersani, con cui Letta ha conservato un forte sodalizio personale e politico, e nello stesso tempo coltivare un rapporto stretto con i Cinque Stelle superando l’imbarazzante sottomissione zingarettiana, sembra più un’illusione che un progetto credibile.
Il neosegretario, si argomenta, ha il pregio di non appartenere a nessuna corrente. Ma quello delle correnti è un falso problema: nei grandi partiti di massa della sinistra occidentale, infatti, siano essi i Democratici americani, il Labour Party, il Ps di Mitterrand o la Spd di Schroeder, le correnti ci sono sempre state, e spesso si sono rivelate una ricchezza per rendere la vita di partito profondamente democratica. Il problema cruciale dunque non è la deriva correntizia, ma la rotta politica: la sinistra in Europa ha vinto solo quando ha presentato leader e programmi di segno riformista. Se il Pd non è mai riuscito a trovare un equilibrio, e se non gli è mai stato possibile definire un’identità precisa, è proprio perché nella storia della sinistra italiana i riformisti sono sempre rimasti una minoranza, e quando hanno prevalso – vedi Matteo Renzi – sono stati sconfessati come portatori di un’eresia deleteria. Letta, per storia personale e formazione politica, è tutt’altro che un massimalista, ma non ha né il profilo né la statura politica necessari per il compito immane che lo aspetterebbe: quello di rifondare la sinistra.

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