Due indizi non fanno ancora una prova, ma se mettiamo in fila il discorso di investitura di Letta all’Assemblea nazionale del Pd e la prima conferenza stampa di Draghi per illustrare il decreto Sostegni, si scopre che qualcosa di rilevante si sta muovendo nel campo dell’europeismo ortodosso. Cominciamo dalle parole pronunciate venerdì sera dal premier: se le avesse dette un leader sovranista avrebbero sollevato un coro di anatemi. In estrema sintesi, Draghi ha avvertito che di fronte a una tragedia come la pandemia bisogna essere pratici: si cerca di stare insieme ma quando si tratta della salute, se il coordinamento europeo non funziona bisogna andare per conto proprio. Anche sul vaccino russo Sputnik. Conclusione: con pragmatismo si deve cercare il coordinamento comunitario, ma se questo si dimostra inefficace ogni Paese è libero di andare per la propria strada.
E siccome dai contratti con le industrie farmaceutiche all’export dei vaccini la Commissione ha inanellato una serie di errori macroscopici, il governo italiano d’ora in poi non solo imporrà la linea del “prima gli europei”, ma rafforzerà anche il concetto con un sovranistissimo “prima gli italiani”.
E il patto di stabilità, che è stato l’architrave della politica europea da Maastricht in poi? Draghi ci ha messo una pietra sopra per l’oggi (“non è un anno in cui si chiedono soldi, ma si danno”), ma soprattutto per il domani (“difficile che le regole restino le stesse”).
Quanto a Letta, considerato da sempre come il più convinto leader europeista della sinistra italiana, in uno dei passaggi cruciali del discorso di investitura alla guida del Pd non ha mancato di rimarcare la differenza tra l’Ue “dell’austerità” di dieci anni fa e quella “della solidarietà” che ha portato al varo del Next Generation Eu, con la condivisione per la prima volta del debito pubblico europeo, dicendosi certo che “il patto di stabilità del futuro sarà diverso”, con una stilettata ai Paesi frugali: “Se usiamo bene le risorse, nessun olandese potrà dirci non ve li diamo più”.
Insomma, i collaudati campioni dell’europeismo oggi sostengono quello che per anni il centrodestra sovranista ha denunciato, dicendo che da Maastricht all’unione monetaria questa Europa è parsa solo un Grande Fratello contabile. Non dimenticando che Berlusconi – da europeista convinto – fu il primo a sostenere che gli errori di stima compiuti dalla Commissione europea rischiavano di minare non solo la sua credibilità, ma la stessa costruzione su cui si basavano le politiche imposte agli Stati membri, tutte improntate all’austerità. Un errore di valutazione che avrebbe poi diffuso un malcontento sempre più radicato nei confronti delle Istituzioni europee. Critiche che gli costarono carissime: la defenestrazione da Palazzo Chigi e l’amarissimo calice del sostegno al governo Monti.
C’è voluta una pandemia per mettere definitivamente sul tavolo la necessità di cambiare questa Europa, ed è quantomeno significativo ascoltare sulla bocca di illustri eurocrati parole d’ordine fino a ieri confinate nel ghetto del vituperato sovranismo di Salvini e Meloni. Anche se sarebbe sbagliato illudersi: il percorso è appena avviato, tra mille contraddizioni.

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