Nei periodi di grande crisi non è un’eresia che lo Stato intervenga direttamente per salvare imprese strategiche in difficoltà e consentire così il loro futuro rilancio. Ma la filosofia di questo governo, esplicitata nel decreto Rilancio, va molto oltre, anzi molto indietro, e delinea il ritorno in grande stile dello Stato gestore che si sostituisce al privato nei processi decisionali e produttivi. Il Senato ha approvato la mozione di maggioranza su Autostrade che dà il via libera alla nazionalizzazione, con il centrodestra che ha denunciato la “deriva venezuelana” in atto, parlando di un’operazione contraria all’interesse pubblico, visto che rischia di allontanare gli investitori stranieri, con un altro colpo alla credibilità del Paese dopo lo scudo penale negato per Ilva ad Arcelor Mittal. Le zone d’ombra in effetti restano molte: non sappiamo quale sarà il costo di acquisto della maggioranza delle azioni ora in capo alla famiglia Benetton, e inoltre si sono persi due lunghi anni per la revoca della concessione, un’incertezza che ha pesato sul titolo in Borsa penalizzando soprattutto i piccoli azionisti.

Certo, la concessione prevedeva clausole troppo favorevoli ai Benetton, ma è lecito chiedersi se, al di là della vicenda Autostrade, la restaurazione dello Stato padrone e tendenzialmente monopolista in campo economico sia quella giusta. La logica statalista ha infatti creato nel tempo una selva di imprese decotte, che in nome dell’interesse pubblico hanno accumulato perdite miliardarie, accrescendo così il debito ripagato in tasse dai contribuenti. Per non parlare delle diecimila aziende controllate o partecipate da Stato ed enti locali, che sono servite a moltiplicare i consigli d’amministrazione in cui sistemare in modo clientelare il sottobosco dei partiti.

Ecco: con Autostrade, Alitalia ed Ilva il governo sta riportando l’Italia all’epoca delle partecipazioni statali, ma basterebbe un breve ripasso degli ultimi cinquant’anni per scoprire che la proprietà pubblica ha sempre generato inefficienze ed extracosti. Il ministro Patuanelli, ad esempio, sostiene che è stato un errore privatizzare l’acciaio, e che solo l’intervento pubblico riuscirà a garantire insieme produzione e tutela ambientale. Ma fu proprio la gestione Italsider all’origine dell’inquinamento ambientale nell’area di Taranto di cui stiamo ancora pagando le conseguenze. Per non parlare di Alitalia: il piano presentato all’Antitrust europeo prevederebbe infatti una compagnia con 70 aerei e 4mila esuberi, in linea con le analisi di mercato che prevedono una forte riduzione del traffico aereo almeno fino al 2022. Ma il governo ha subito smentito: sì alla riduzione degli aerei, ma niente esuberi. Su quali basi, però, si potrà reggere questo improbabile e improvvisato piano industriale? La risposta è una sola: con un’altra immissione di denaro pubblico a spese, ancora una volta, dei contribuenti. La conclusione non è confortante: ipotizzare che dove lo Stato ha fallito da controllore, funzioni invece da imprenditore è infatti un’equazione che non può reggere. La strada imboccata però è esattamente quella, visto che lo Stato è appena entrato anche nella moda con il salvataggio del marchio Corneliani, si appresta alla stessa soluzione per risolvere la crisi Embraco, per cui s’invoca l’intervento di Invitalia, e si appresta, udite udite, a nazionalizzare anche Tim. Indietro tutta.

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