Quando dal palco di Pontida, un Senatùr celodurista, occhialoni da vista, canotta bianca e capello corvino urlava contro Roma ladrona, rea di assorbire tutte le risorse del nord ‘operoso e laborioso’, invocando la secessione di quelli che furono la repubblica cisalpina e i territori asburgici, i palazzi romani per un poco tremarono.

Erano gli anni 90 e il lombardo veneto alzava la voce in modo efficace con il fiuto politico di Umberto Bossi e l’acume di Gianfranco Miglio. Costui fu uno dei più grossi studiosi di economia politica italiani, ma una volta al Governo con il premier Berlusconi,  Speroni gli fu preferito nel ministero chiave delle Riforme istituzionali che avrebbe dovuto ridisegnare l’architrave dello Stato in senso federalista.

Le istanze del nord Italia avevano radici  lontane, come la richiesta generalizzata di autonomia, oggi ravvivata nel paese. La realtà oggettiva ci dice che a distanza di oltre un secolo e mezzo dall’Unità, le diversità di quelli che furono gli stati preunitari non si sono amalgamate in modo significativo. La crisi permanente che attraversiamo e i giorni neri che ci attendono, approfondiranno il solco delle reciproche recriminazioni, trasformando le diversità in conflitti incomprimibili.

L’unità tra il Regno di Sardegna  e il Lombardo Veneto da una parte e il Regno della Due Sicilie dall’altra, fu compiuta per volontà di un ristretto ceto borghese idealista e acculturato, per l’irrefrenabile corso dei tempi coniugati con interessi stranieri e occulte pressioni interne più che per un vero e proprio moto di popolo.

Le diversità sostanziose di ogni tipo, non a caso fecero pronunziare  a Massimo D’Azeglio, la fatidica frase: “Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”, conscio dell’eterogeneità di un popolo, unitosi più per volontà altrui che propria. Per rendere robusta un’unità fra diversi, cosi’ diversi, non c’è che rispettare e valorizzare le diversità e farle motrici del governo unitario. Credo che la valorizzazione del principio di “autonomia” cioè l’esercizio di autogoverno delle comunità omogenee e dei suoi  abitanti, sia il fondamento per ottenere un buongoverno che rispetti le peculiarità dei territori e la dignità della repubblica una e indivisibile.

Il 21 secolo inizierà e i rischi di un pessimo futuro conflittuale si allontaneranno, quando saranno applicato alcuni must:

1) il principio di Toqueville, secondo cui il governo migliore è quello che fa tutto quello che può nel territorio e lascia al centro ciò che non si può governare dalla periferia.

2) l’idea di Einaudi di radere al suolo ogni simulacro che ricordi l’istituzione delle prefetture

3) l’applicazione del principio “pago – vedo – voto”, cioè fare sì che le tasse versate vengano spese dove si pagano.

Il rispetto delle vocazioni naturali dei territori, la loro responsabilizzazione, l’utilizzo virtuoso delle diversità a sostegno dell’unità, potrà costituire base per la ricostruzione. Soprattutto visti i tempi che ci aspettano quantomeno si potranno evitare guai peggiori, scollamenti, polverizzazioni e forse anche scissioni e ribellismi.

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