Rileggevo alcuni giorni fa un illuminante articolo che Luigi Einaudi (futuro Presidente della Repubblica) scrisse nel 1944 per la Gazzetta Ticinese dal titolo “Via il Prefetto”. Einaudi di lì a poco salirà al Quirinale succedendo a Enrico De Nicola ma trascorrendo gran parte del suo mandato nella casa natìa di Dogliani. Restio ai fasti di quello che fu il palazzo dei Papi è celebre l’episodio dell’invito a colazione di Montanelli al quale chiede di dividere una pera con lui a fine pasto: intera era troppa e non voleva anche il resto andasse sprecato. Questo era Einaudi. Ma nell’articolo citato all’inizio questo grande liberale ci offre un quadro dell’Italia che sembra dipinto ieri. L’impronta accentratrice e autoritaria del fascismo affonda le radici nel sistema napoleonico e il ventennio non ha fatto altro che consegnarci un paese napoleonico e fascista, tolto il Duce e aggiunte le Regioni, come ebbe a dire Gaetano Salvemini leggendo la Costituzione repubblicana. Tutto infatti è centralizzato, le decisioni arrivano dall’alto, l’autonomia per gli eletti dal popolo limitatissima tante che se è un sindaco è bravo, nell’arco di un mandato, riesce forse a fare un gemellaggio per scambi culturali con qualche amena cittadina europea. Per non parlare dei parlamentari che senza il sistema dei listini bloccati sono catapultati per amicizia del segretario di turno a Roma senza un minimo di cursus honorum alle spalle. Per sopravvivere in questo sistema non c’è altra strada che il mal vezzo italico noto fin dai tempi dei romani: una spintarella per muovere una pratica, una raccomandazione, una parolina buona. Occorre quindi superare il centralismo, far rinascere lo stato dal basso, rinsaldare il ruolo dei comuni costituiti da uomini che si conoscono da sempre uno a uno. E poi, su su, si fa lo Stato. Sarebbe l’occasione per ricostituire la repubblica partendo dalle sue unità fondamentali: la famiglia, il comune, la vicinanza, la provincia per avere finalmente uno stato vero e vivente. Oppure rassegnarsi all’astensionismo e al disprezzo per la politica.