Scrivo a distanza di giorni dall’ultima della sequela di morti sul lavoro che ha catapultato l’opinione pubblica, di colpo, su una piaga che miete vittime quotidianamente come una guerra ma della quale ci accorgiamo solo adesso. Il volto di Luana doveva essere il monito per chi comanda il vapore affinché si mettesse un freno a questa strage e invece si è risolto in un dolciastro ritratto da libro Cuore dove il dramma delle morti bianche quasi è filato via tra i rumori di sottofondo. Gli eroi son tutti i giovani e belli, recitava una canzone di Guccini, anche se più di eroismo in questo caso parlerei di dignità da parte di giovani come lei che per mandare avanti una famiglia anziché cercare fortuna all’estero decidono di entrare in fabbrica, magari con contratti capestro e senza alcuna formazione. Sgombro subito il campo da equivoci: non sono qui a dare giudizi o a scrivere sentenze. Vi è per questo una magistratura inquirente. Né tocca a me declamare agiografie. Sono sempre stato convinto che davanti alla morte, specie quelle assurde come questa, le uniche parole tollerabili siano un lungo e umile silenzio. Ma in tutto questo non si possono non trarre delle conclusioni logiche, della banalità di un compito elementare. Da liberale ho sempre creduto nell’idea che quella magia chiamata mercato tramutasse l’egoismo di pochi in benessere per molti. E soprattutto che senza il vituperato capitalismo, in fondo, staremmo tutti molto peggio. Eppure a guardare a fondo, le conseguenze del libero mercato non possono essere retrocesse a danni collaterali che fanno parte del gioco. Perché se per produrre di più, per soddisfare più bisogni, per comprare qualcosa che sembra mancarci si calpestano diritti e si provocano vittime è l’ora di ripensare al modello di civiltà che abbiamo creato. Senza essere melodrammatici occorre convincersi che si può vivere anche con meno, che anche producendo lo zero virgola di PIL in meno possiamo garantire sicurezza sul posto di lavoro, diritti previdenziali, più benessere declinato in termini di qualità della vita. Non occorre sposare teorie comuniste o della decrescita felice per convincersi che si può anche rallentare e vivere bene ugualmente. Non importa demonizzare il mercato per rendere lo stesso più umano. Credere che un sistema basato sugli istinti degli uomini si autoregoli dando vita a qualcosa di etico, pensare che qualcuno produca servizi anche senza trarne profitto, è un po’ come pretendere di ottenere un composto omogeneo mescolando acqua e olio. L’idea che più mercato e meno Stato fosse l’alchimia per rendere tutti felici, che una casa per tutti e a qualunque costo fosse un’equazione materialmente sostenibile solo perché astrattamente affascinante, hanno prodotto il finanziarismo più deleterio e la bolla dei mutui subprime che ha messo gli americani (e a ruota tutto il globo) sul lastrico. Ovviamente lo Stato deve funzionare, occorre migliorare con la massima severità il pubblico e la sua classe dirigente, senza però che la sfiducia negli amministratori deleghi agli interessi di pochi la gestione della cosa pubblica. E soprattutto dobbiamo riportare al centro l’uomo, non seguendo il peggior individualismo ma guidati da un nuovo comunitarismo, consapevoli che nessuno si salva da solo. Che senza riscaldamenti, cellulari, tablet la vita sarebbe sicuramente peggiore è un fatto innegabile. Ma occorre anche prendere consapevolezza che lo sviluppo è finito e quando nel cul de sac delle nostre vite non avremo più niente da comprare o da desiderare forse troveremo il tempo di riscoprire il valore, anziché il prezzo, delle cose. Ormai si parla tanto di riforme ma l’unica riforma di cui non possiamo più fare a meno, che manca come l’ossigeno ai pesci in un torrente in secca, è riscoprire i due valori (libertà e lavoro) cardine della primissima parte della Costituzione. Per competere con la Cina abbiamo fatto a meno di diritti anziché pretenderne il rispetto da parte di tutti. C’è però ancora una occasione per dimostrarsi un popolo degno di questo nome. Facendolo renderemo giusto omaggio a chi è morto anche per noi.

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