Il clima che traspariva dalla diretta al Senato, per la prima uscita ufficiale del Presidente incaricato, era surreale. Parecchi silenzi, qualche applauso, alcune interruzioni che il Professore ha prontamente tacitato con il solo, magnetico, sguardo. L’aria che si respirava era quella di una classe indisciplinata che, nell’arrendevolezza dei professori, viene messa a sedere solo con l’arrivo del preside.
Il tono del Presidente del Consiglio è stato monocorde, meccanico contribuendo a rendere tutto ancora più rarefatto quasi fosse non un uomo in carne ed ossa ma un algoritmo lanciato per risintonizzare un sistema andato fuori orbita. La prolusione accademica, tra la paura e l’eccitazione degli astanti, quasi fossero al primo giorno di scuola, è andata avanti per una cinquantina di minuti. Cardine di tutta l’architrave del ragionamento è stata l’Europa (ça va sans dire). Cito in ordine sparso: “nella debolezza degli Stati”, scandisce Draghi, “è necessario cedere sovranità nazionale per acquistare sovranità condivisa”. E ancora: “senza l’Italia non c’è l’Europa ma fuori dall’Europa c’è meno Italia; non c’è sovranità nella solitudine, c’è solo l’inganno di ciò che siamo, l’oblio di ciò che siamo stati e la negazione di quello che potremmo essere”.
Parole che pesano come macigni e che col crisma della fiducia del Parlamento portano a compimento un disegno che affonda le radici nel tempo, da parte di un governo (come Draghi sottolinea al termine del discorso, alzando inaspettatamente il tono della voce) “convintamente europeista e atlantista” che segnerà la definitiva fine della sovranità nazionale. Con buona pace di Salvini e di quel che resta del M5S non c’è altra possibilità fuori dall’Europa, rincara Mr. President, sulle orme del comandamento biblico ricevuto da Mosè sul Sinai: non avrai altro Dio fuori di me.
Tutta l’operazione Draghi ha un’aura quasi sacrale, religiosa. Le parole scelte per il discorso al Senato sono accurate e rimandano sempre a una sorta di iperuranio dal quale il banchiere prestato alla politica è sceso e dei cui benefici dispensa il popolo come i re taumaturghi della Francia pre rivoluzionaria. Parla di povertà, di livellamento delle diseguaglianze tralasciando però il fatto che acuire le disuguaglianze, ridurre la ricchezza privata, il risparmio, fare tutti più poveri è proprio la missione dei gruppi di potere che Draghi rappresenta e che gli hanno dato mandato, prima ancora di Mattarella, di arrivare su quello scranno.
Il resto è una sarabanda di citazioni che piacciono alla gente che piace: Cavour, il riscaldamento climatico, l’effetto serra, Papa Francesco, con cui condivide l’appartenenza gesuitica; perfino un riferimento diretto a nostro Signore come guida dell’agire politico, con buona pace del principio di laicità sancito in Costituzione. E ancora l’impegno a proteggere i lavoratori anche se alcune attività dovranno cambiare per stare al passo coi tempi e ricevere il sostegno del governo: è l’apoteosi del sogno finanziarista con l’azzeramento del commercio, del mondo delle partite iva, del popolo operoso e risparmiatore.
A corredo di tutto molte formule inglesi che fanno sempre effetto e danno il senso di competenza: “governance”, ”next generation” che insieme a “resilienza”, “digitalizzazione”, “strategia”, “piattaforma programmatica” formano l’alchimia perfetta quasi fossero il responso della Sibilla Cumana. Sul finire, prima della standing ovation (anche da parte di chi aveva giurato che mai avrebbe sostenuto un governo tecnico imposto dall’Europa) un passaggio fugace sulla Russia e soft sulla Cina quasi non fosse stata proprio lei l’artefice della sciagure della vecchia Europa che ora si vorrebbe difendere. Ma del resto nell’ottica mondialista conta il tutto non il singolo e i popoli; i parlamenti e gli interessi nazionali sfumano nell’ottica di un disegno più grande.
Spento il microfono e dispensata la benedizione Urbi et Orbi ha chiesto se fosse finito l’applauso per potersi sedere come se anche il rumore del battito delle mani disturbasse il rito che si stava compiendo. È iniziata l’era Draghi: per ora un governo, benedetto da Dio, “sul” popolo.
Vedremo quanto “per” il popolo.

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