Inutile girarci attorno: l’Italia è stata commissariata. La spregiudicatezza di Renzi è stata un fattore nella battaglia parlamentare con Conte. Ma il boia del Governo giallorosso va cercato a Bruxelles. Già la gestione economica della pandemia – più di 100 miliardi di mance ed inutili incentivi – aveva messo in allarme l’Unione; Il piano d’investimento del Recovery Fund, ha poi piantato l’ultimo chiodo nella bara del Governo Conte. Si narra che la prima bozza (quella che Renzi ha usato per aprire le ostilità) fosse addirittura impresentabile. La seconda invece, riscritta per provare a convincere lo stesso Renzi, è stata bocciata perfino dal Servizio Studi di Camera e Senato. E pensare che, per loro, era quella buona…

Il dubbio per alcuni (tra i quali chi scrive) è che i giochi in realtà fossero fatti da tempo: pare infatti che una delle condizioni per convincere i paesi frugali a dare l’ok al Recovery Fund, fosse che a gestirli in Italia, ci avrebbe pensato l’unico italiano “più tedesco dei tedeschi” (come l’ha definito 2 giorni fa una parlamentare tirolese). Mario Draghi. Renzi è allora da considerare, tutt’al più, il kamikaze di Bruxelles, capace di farsi esplodere all’interno della propria maggioranza, così da spianare la strada al nuovo Commissario ad acta per l’Italia.

Si è subito aperto il dibattito tra chi già ostenta la foto di Draghi manco fosse la reliquia di un Santo, sventolandone l’incredibile curriculum accademico-istituzionale – anche per ammazzare sul nascere qualsiasi paragone con le scimmie al volante fino ad oggi – e chi invece lo vede, prima di tutto, come uno tra i più influenti esponenti dell’élite finanziaria mondiale.

Discussione fuori tempo ormai… Qui c’è da fare i conti col “qui e ora”, che per l’Italia significa trovarsi ad affrontare la più drammatica crisi economico-sociale (non ancora percepita dall’opinione pubblica), dal secondo dopoguerra.

La pandemia sta dando il colpo di grazia ad un sistema già squassato: nel 2020 hanno chiuso i battenti 600 mila partite iva, tra imprese e professionisti, con 120 miliardi di euro di consumi in meno rispetto al 2019. A cui si aggiungono qualche milione di disoccupati, che attendono solo la lettera di licenziamento.

A questo quadro già disperante, si assomma il debito pubblico, schizzato al 160% di un PIL in fisiologica contrazione: un dato che ci avrebbe già messo fuori dal mercato dei titoli di Stato, non fosse stato per gli acquisti operati dalla BCE. Ma quando questi si interromperanno (forse già nel 2022) che faremo? Siamo ormai inevitabilmente parte di un sistema che (piaccia o meno) prevede il finanziamento del debito unicamente attraverso i mercati – avendo rinunciato alla sovranità monetaria – e quindi la stabilità economica come presupposto indefettibile. Una condizione, quest’ultima, ormai irreversibile. A meno di non voler passare una decina d’anni come l’Argentina.

Con questo drammatico quadro, si riducevano sostanzialmente a tre le opzioni sul tavolo della politica: affidarsi nuovamente all’attuale classe dirigente, che ha governato negli ultimi 3 anni dimostrando la propria disarmante impreparazione ed inadeguatezza; tornare al voto (opzione mai presa seriamente in considerazione) con l’unica certezza di avere un Parlamento comunque balcanizzato, ma con meno grillini e più sovranisti. Prospettiva quest’ultima, tutt’altro che rassicurante, soprattutto considerando quanto ormai dipendiamo dalla benevolenza europea… La terza è quella che stiamo percorrendo. Quella del Governo di salvezza nazionale. Una scelta obbligata. probabilmente imposta. Ma comunque ineluttabile.

Ma non fatevi illusioni: chi dice “Monti doveva tagliare, Draghi avrà solo da spendere” mente, sapendo di mentire. Per la ripresa economica, l’Italia dovrà subito affrontare la questione dei conti pubblici. Non risolvibile con i fondi europei. E le misure da adottare dovranno essere rapide e drastiche. Varrà per Draghi, così come per chiunque altro. Se un’azienda infatti vede crollare il fatturato ed esplodere l’indebitamento, che l’amministratore si chiami Mario Rossi o Sergio Marchionne, la ricetta per salvarla è comunque una sola. E non fa felice nessuno.

La competenza e la credibilità internazionale però aiuteranno.

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