L’ultimo a schierarsi, in ordine di tempo, è stato Gino Strada. Ma prima (e peggio) di lui, ha fatto Galli della Loggia, che nel Corriere della Sera del 12 novembre è giunto a sostenere che ad aver messo in ginocchio l’Italia, non sia stato solo il Covid, bensì “il micidiale intreccio tra Covid e Regioni”; queste ultime definite un vero contro-potere dello Stato, da ridimensionare senza esitazioni. Da diversi mesi a dire il vero, i media mainstream hanno imbracciato le armi contro quello che definiscono “localismo in tema sanitario”, invocando il ritorno al centralismo statale. Gente di corta memoria questa. Forse la stessa che, in un passato non remoto, invocava una maggiore autonomia dei territori in sanità, maledicendo Roma che decideva perfino quali siringhe comprare a Firenze e quale piccolo ospedale chiudere in Abruzzo. La pandemia ha dato la stura al “riposizionamento”. Le difficoltà incontrate da certe regioni nel combattere il Covid, hanno agevolato il processo; così come certi atteggiamenti di paternalismo quasi dispotico, tenuti da alcuni ras locali, ufficialmente impegnati a contenere l’epidemia, in realtà in competizione l’un l’altro (e col Governo centrale). Ma al contempo, chi può scordarsi le negligenze romane, personificate dall’ormai mitologico Commissario Arcuri, sempre in ritardo su tutto ma inspiegabilmente sempre più beneficiato da incarichi e maggior potere?!

Emblematico, il caso dei respiratori polmonari: nel corso della prima ondata, i malati morivano in corsia perché non ve n’erano a sufficienza, ma l’attività di reperimento sul mercato, centralizzata, non funzionava. Il Presidente del Piemonte provò a far da sé, acquistandone alcuni dalla Germania: Arcuri riuscì a bloccarne la consegna e i macchinari, dopo 2 settimane di inutile attesa, vennero destinati ad altro Stato. “Non spettava a Torino provvedervi” fu la sola spiegazione offerta. La buona amministrazione è prima di tutto questione di uomini, più che di istituzioni. Il principio dell’autonomia dei territori è patrimonio acquisito nella cultura dello stato di diritto, fin da Tocqueville, passando per Gramsci, don Sturzo, Einaudi. Più gli ordinamenti sono vasti e i problemi complessi, tanto più il governo delle cose deve essere vicino ai territori. E’ il Principio della “sussidiarietà verticale o istituzionale”. Più ci si allontana, più gli interessi locali finiscono per diluirsi ed essere sopraffatti da quelli generali. Tanto più questo vale in sanità: centralizzare riporterebbe, nel medio periodo, la sanità ad essere “una delle voci del bilancio statale”, negando al settore il valore e l’efficacia della funzione che svolge. La causa della campagna per il ritorno del centralismo, va allora ricercata nella politica. La sinistra, per ragioni più tattiche e strumentali che strategiche, ha intrapreso un percorso inverso rispetto a quello favorevole alle autonomie che ha avuto dal suo sorgere, alla fine del 1800, fino a un paio di mesi fa. Data nella quale ha cessato di governare la maggioranza delle regioni italiane. Di più, il PD ha compreso che a Roma può governare senza vincere le elezioni. Lo sta facendo (quasi) ininterrottamente dalla caduta di Berlusconi nel 2011. Nei territori questo è impossibile. E allora quale miglior pretesto della pandemia, per rimettere la sanità in mano al governo centrale?! Magari anche favorendo la post-democrazia voluta da finanza e delle banche, che invoca la razionalizzazione dei centri di potere.

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