Di Maio è sempre più un post grillino doroteo, e la sua abiura dei vaffa e delle gogne giacobine ha il suono sordo di una moneta falsa: se i Cinque Stelle rottamassero davvero anche l’ultimo feticcio identitario, infatti, non gli resterebbe che appendere la forca al chiodo e chiudere bottega prima che lo facciano gli elettori. Del resto, la prova del nove di questa presunta svolta si avrà prestissimo, quando il Parlamento verrà chiamato ad approvare la riforma della giustizia. Il ripudio della gogna giudiziaria “fino a sentenza definitiva e anche successivamente” – come ha scritto Di Maio sul Foglio – è infatti anche il ripudio della riforma Bonafede, dello Spazzacorrotti e della prescrizione senza fine, per cui se alle parole seguissero i fatti dovrebbero cadere i veti del Movimento sul testo preparato alla commissione Lattanzi, che riporta il sistema giudiziario nell’alveo della Costituzione.
Ma Di Maio, anche se lo ha fatto in tutta evidenza per mero opportunismo, ha almeno messo nero su bianco uno straccio di autocritica, cosa che il Pd, ad esempio, si è sempre ben guardato dal fare. Come dimostra plasticamente la inopinata sortita di Letta, il quale sempre sul Foglio ha scritto che “basta con la guerra dei Trent’anni tra giustizialisti e impunitisti”, confondendo così il garantismo per “impunitismo”. Una distorsione lessicale e concettuale per cui l’articolo 27 della Costituzione dovrebbe essere riscritto con la dicitura: “L’imputato è considerato impunito (invece che “non colpevole”) fino alla condanna definitiva. E, dunque, per il segretario del Pd in Italia non ci sono più assolti, ma solo impuniti, proprio come recita il primo comandamento della dottrina Davigo.
Del resto, il garantismo è scomparso dai radar della sinistra fino da quando iniziò la lunga guerra di posizione contro Berlusconi, combattuta con tutte le armi e le alleanze possibili, a partire dall’appoggio incondizionato al partito delle procure. Sul giustizialismo a senso unico – origine e radice del qualunquismo grillino – e sulla persecuzione del Cav, gli eredi del Pci e del cattocomunismo non hanno mai cambiato verso. Solo qualche flebile presa di distanza, frantumata prima dall’abbraccio sistemico con l’Italia dei Valori di Di Pietro, e poi attraverso l’alleanza strategica con Grillo, che diede vita al governo rossogiallo, quello del populismo giudiziario. Insomma: sulla finta rivoluzione di Tangentopoli e sulla scorciatoia giudiziaria per eliminare Berlusconi non c’è mai veramente stata, a sinistra, alcuna seria revisione critica.
Dal ’94 a oggi la sinistra ha cambiato nomi (molti), volti (pochi), leader e schieramenti (tanti), dal centrosinistra col trattino a quello senza, dall’Ulivo all’Unione fino al Pd, ma ciò che ha sempre tenuto unito questo aggregato di potere è stato il vizio consolidato di demonizzare l’avversario in nome di una molto presunta superiorità etica. Neanche Renzi, che ora predica il garantismo, ebbe il coraggio di spezzare la catena giustizialista: Berlusconi offrì la pacificazione e il Pd di cui era segretario gli rispose con la cacciata dal Senato, forzandone il regolamento e applicando in modo sommario la legge Severino. Solo che le tricoteuses nel frattempo si erano organizzate, fino a portare i giacobini nelle stanze del governo. Con l’ultimo paradosso: ora che Di Maio ha ordinato il “contrordine compagni”, i compagni del Pd sono rimasti un passo indietro, a discettare di “giustizialisti e impunitisti”, dimenticando che gli unici impuniti di Tangentopoli furono proprio loro.

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