Ha provocato l’indignazione delle principali Cancellerie europee – non del governo italiano – il fatto che l’amministratore di una piattaforma digitale privata abbia potuto silenziare senza alcun controllo il presidente degli Stati Uniti, accorgendosi che in gioco c’è una dirimente questione di democrazia, ossia che il futuro del mondo libero non può essere consegnato allo strapotere di social network. La grottesca limitazione per dodici ore – su Twitter – dell’account di Libero quotidiano con la incredibile motivazione di “attività sospette”, poi, è stata un altro inquietante passo avanti verso una deriva sempre più pericolosa a metà tra Soviet e Inquisizione.
Ci mancava solo il tallone digitale politicamente corretto dei giganti del web a comprimere la libertà di espressione in un Paese come l’Italia dove il secolo delle ideologie è finito, ma resta uno spesso muro ideologico che tiene ancora la democrazia sul piano inclinato dell’egemonia di sinistra. Da settant’anni si perpetua il paradosso per cui un Paese in maggioranza moderato continua ad essere dominato da modelli e riferimenti valoriali alimentati da una minoranza organizzata che ha sapientemente occupato tutte le casematte della cultura. Il patto di non belligeranza siglato nel secondo dopoguerra tra Dc e Pci si fondò anche sul compromesso non proprio virtuoso “a noi le banche, a voi la cultura”. Questo ha oggettivamente contrastato la capacità di penetrazione di una cultura liberale di massa. Dalla prima vittoria di Berlusconi nel ’94 le cose non sono mai cambiate proprio perché le centrali di elaborazione di modelli culturali come la scuola, l’università, gran parte dei mass media e degli “atelier” di pensiero, nonché il mondo dello spettacolo rimangono lontani e avversi a una concezione liberale della società. Con l’aggravante che, a differenza della Prima Repubblica, la sinistra ha occupato anche il mondo bancario e finanziario.
Il Pci riuscì a coalizzare intorno a sé l’intellighenzia culturale italiana puntando tutta sulla mistica antifascista, praticando la falsa equazione antifascismo uguale libertà. Nei libri scolastici, ancora oggi, la storia del ventesimo secolo che viene propinata ai ragazzi, a partire da quella della Resistenza, è piena di retaggi ideologici e di omissioni, solo in parte smascherate grazie al coraggio di Giampaolo Pansa, un grande giornalista che ha insegnato a tanti storici di professione la ricerca tacitiana della verità. C’è voluto il Giorno del Ricordo istituito da un governo di centrodestra, ad esempio, per togliere dal cono d’ombra ideologico la tragedia delle foibe titine ed affermare una verità storica che parte della sinistra tuttora però continua a disconoscere.
Il nuovo secolo, poi, dopo l’undici settembre, ha visto prevalere un nuovo e temibile “politicamente corretto”: il relativismo culturale che di fronte alla sfida epocale del fondamentalismo islamico propugna il dialogo ad oltranza abdicando al dovere di difendere i valori dell’Occidente e la sua stessa esistenza. Per cui non è affatto sorprendente che Twitter censuri Trump, e lasci invece che l’ayatollah Khamenei impartisca lezioni di libertà ai giovani francesi contro le leggi di Macron. Se questo è il nuovo ordine mondiale, bisogna mettere subito un argine alla dittatura dei padroni di Internet, prima che sia troppo tardi.

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