Conte ha un debole per gli 007, e ormai da due anni e mezzo si tiene stretta la delega ai servizi segreti, sancendo una netta soluzione di continuità con i suoi predecessori. Ma i servizi sono da sempre un terreno minato, e l’avvocato del popolo ha già rischiato di bruciarsi le mani quando fece incontrare al ministro della Giustizia americano Barr – in modo del tutto irrituale – il nostro responsabile dei servizi, il direttore del Dis Vecchione, e poi anche i due capi di Aise e Aisi. Erano i tempi del Russiagate, e Conte allora si mosse come un elefante nella cristalleria, ma nella recente missione in Libia ha fatto ancora peggio, inscenando con Di Maio un teatrino in stile Totò e Peppino che ha fatto sganasciare dal ridere tutte le cancellerie europee. Il bacio della pantofola al generale Haftar resterà iscritto a lettere scarlatte come la pagina più nera della diplomazia italiana.
Ma perché tanta ostinazione a non mollare la delega? I motivi devono essere molteplici e corposi, visto che negli ultimi mesi il premier non ha esitato a entrare in conflitto – su una questione così cruciale per la sicurezza dello Stato – col Copasir e perfino col suo governo. A inizio agosto modificò i criteri di nomina dei servizi inserendo di nascosto una norma nel decreto sulla proroga dello stato d’emergenza, e cambiando quattro paroline alla legge del 2007 ha garantito ai vertici dell’intelligence italiana la possibilità di rinnovo dell’incarico per altri quattro anni. La maggioranza mugugnò ma non si oppose, e visto che gli era andata bene la prima volta, Conte ora ci ha riprovato, usando lo stesso metodo e la stessa spregiudicatezza, anche col progetto della fondazione sui servizi segreti, inserendolo in un emendamento alla legge di bilancio. Questa volta lo ha bloccato Renzi, e anche il Pd è contrario, ma la partita resta apertissima.
L’Istituto italiano per la Cybersicurezza dovrebbe “promuovere l’acquisizione di competenze e capacità tecnologiche, industriali e scientifiche nazionali nel campo della sicurezza cibernetica e della protezione informatica”. Lo sviluppo della tecnologia 5G ha in effetti reso necessario approfondire i movimenti di uno spionaggio economico sempre più sofisticato, che ha già portato a una vera e propria guerra fredda geopolitica tra Stati Uniti e Cina, dalla quale dipenderà il controllo delle grandi infrastrutture strategiche.
Il Copasir se ne occupa da tempo, ed è già intervenuto, ad esempio, per segnalare la pericolosità dalla deroga – prevista nel decreto Cura Italia – alle regole per l’affidamento della digitalizzazione dei dati della pubblica amministrazione che potrebbe determinare l’ingresso in Italia di colossi stranieri, soprattutto cinesi, mettendo così a rischio la sicurezza nazionale, compresi i comparti di assicurazioni e banche.
Per questo, per gestire questi mutamenti globali, sarebbe necessaria una solida cabina di regia, che passa prima di tutto dalla nomina urgente di un’autorità delegata esclusivamente alla sicurezza del Paese, perché l’esperienza di questi mesi drammatici dimostra che il premier non può affrontare emergenza sanitaria ed economica e allo stesso tempo gestire dossier cruciali per la sicurezza del Paese come il Golden Power. Non sono tempi da uomo solo al comando, ma Conte resisterà fino all’ultimo per tenersi la delega ai servizi. Forse non è lontano dalla realtà chi insinua che il disegno del premier sia quello di creare una maxicordata negli “interna corporis” dello Stato alle sue dirette dipendenze per farne poi l’asse portante del suo nuovo partito. A pensar male questa volta ci si azzecca di sicuro.

 

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