È passato quasi sotto silenzio l’episodio del pizzaiolo di Pesaro, che ha messo a tavola gli avventori del proprio locale, nonostante l’ordine di chiusura alle 18 imposto dal nuovo DPCM. “Ho investito tanti soldi per adeguare il mio locale alle regole che mi avete imposto, le ho sempre rispettate, anche stasera, ed ora mi dite che devo richiudere? Anche no!” avrebbe detto il ristoratore, impedendo l’ingresso ai pubblici ufficiali presentatisi in forze e finendo la serata, accettando la sanzione comminatagli. Quel gesto è rimasto, ad oggi, quasi isolato. Ma chissà cosa succederebbe se in ogni nostro piccolo borgo e grande città, anche pochi bar, palestre e piscine, rimanessero aperti. Qualcuno potrebbe obiettare che tale gesto potrebbe essere interpretato come un vero e proprio “tana libera tutti”, tale da poter inclinare definitivamente il piano verso l’anarchia o comunque il caos sociale. In realtà nella storia, il ricorso alla disobbedienza civile è stato meno infrequente di quanto si pensi, rivelandosi sempre fonte di riequilibrio di legalità. Quando in passato si è ritenuto che uno Stato fosse andato oltre i limiti del “buon governo” nell’imporre una precetto o quando si è valutato che avesse mancato ai propri doveri istituzionali, ci si è rifiutati di obbedire. In forma non violenta ed accettandone le conseguenze. Ma senza piegare la testa, di fronte a un potere lesivo di libertà e diritti e per lo più inadempiente. Oggi la disobbedienza civile appare come una reazione legittima verso uno Stato che prima ha imposto pesanti sacrifici (economici e non) agli esercenti, affinché approntassero attività commerciali “covid-free”, salvo poi ordinarne repentinamente la chiusura, nonostante l’assenza di evidenze scientifiche sui relativi benefici. Il Premier ha infatti candidamente ammesso che si tratta di un ”tentativo… Un modo semmai per convincere gli italiani a stare in casa”. Si rovinano vite, attività e contesti sociali, solo per vedere l’effetto che fa’. Una sorta di esperimento senza anestesia, che mette in conto anche la morte della cavia. Esperimento peraltro destinato a fallire. Ce lo dice l’esperienza francese. Ce lo confermano i dati sulla diffusione del virus, che ha l’ambito familiare quale sito principale di diffusione ed i posti pubblici affollati (in primis i mezzi di trasporto) quale luogo di prima trasmissione del contagio. E qui casca l’asino. Lo Stato dimostra infatti con la propria inerzia, nonostante il potere assoluto disposto per l’emergenza, d’aver ignorato i propri doveri istituzionali e di aver abbondantemente superato quel limite, oltre il quale non può più permettersi di chiedere altri sacrifici, se non prima di aver fatto interamente la propria parte. La prima ondata dell’epidemia ci ha colto impreparati e non poteva essere altrimenti. Ma la seconda avrebbe dovuto trovarci pronti, quantomeno nei punti nevralgici, detti e ridetti, da esperti e non. Invece si assiste al paradosso per cui lo Stato, da una parte impone al ristoratore di chiudere, quasi per un capriccio e ben cosciente della sua inutilità, mentre dall’altra continua a far ammassare studenti e lavoratori sui mezzi pubblici, non avendo fatto nulla nei sette mesi di tregua, per prevenire e superare detta criticità. Lo stesso dicasi per gli ospedali, che si sono riempiti in nemmeno un mese (spingendoci inesorabilmente verso un nuovo lockdown) come se la lezione della primavera scorsa sulla necessità di creare covid-center e di raddoppiare le terapie intensive, non fosse servita alle istituzioni, regionali e nazionali. Se di fronte a tutto questo, non si è percepito neppure un sussulto nell’animo, se nemmeno per un attimo è venuta voglia di emulare il pizzaiolo di Pesaro e di dire “multatemi pure, ma non obbedisco!”, allora si è i sudditi ideali per questi governanti.

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