Di Riccardo Mazzoni

“C’è un’agenzia di stampa collettiva al servizio dei pm”: lo ha ammesso Luciano Violante, esperto della materia, a lungo cinghia di trasmissione tra il Pci e la magistratura. È la scoperta dell’acqua calda.

Tangentopoli, rappresentò il momento più basso della sottomissione della classe giornalistica al pool di Mani Pulite, con i direttori dei grandi quotidiani che ogni sera facevano il briefing per concordare titoli di apertura uguali e congeniali alle esigenze della Procura di Milano. Il corollario di questo malcostume è stato l’uso delle intercettazioni senza rilevanza penale arrivate sui giornali, anche se una legge lo vietava, senza che mai nessuno abbia pagato per il danno provocato a persone estranee alle indagini. Ciò in nome di una libertà di stampa che è inviolabile, ma che non dovrebbe ledere altri diritti fondamentali. Oggi che al governo c’è una folta schiera di giacobini, che grazie alle nuove tecnologie hanno estremizzato l’uso delle intercettazioni attraverso i micidiali trojan, il bubbone è scoppiato perché la nemesi ha fatto finire nell’occhio del ciclone l’ex capo dell’Anm Palamara, le degenerazioni correntizie del Csm, e perfino il ministro dei magistrati, Bonafede, ritiene urgentissima la riforma della giustizia.

Una riforma di cui si parla dai tempi di Tangentopoli, ma mai fatta perché il centrodestra a guida Berlusconi non l’ha varata sia per le divisioni interne e perché certe Procure hanno trasformato il leader storico, B., in un pluri-imputato accusato di voler cambiare la giustizia solo per difendere sé stesso. Per cui invece di riformare la giustizia, i governi di centrodestra hanno proceduto solo con leggine-tampone – “ad personam”, si disse- che non hanno inciso sulle vere disfunzioni del sistema.

La sinistra fatte poche eccezioni, ha sempre fatto ruotare la questione-giustizia intorno alla figura di B. opponendo un veto preventivo ogni volta che si parlava di riforma. Non riuscendo a sconfiggere politicamente chi si frapponeva fra sé e la conquista del potere, i postcomunisti hanno sempre scelto come opzione l’eliminazione per via giudiziaria. Qualsiasi riforma che tagliasse le unghie al partito delle Procure sarebbe andata contro i propri interessi.

Nel frattempo, le punte di diamante del giornalismo giudiziario hanno continuato impunemente a pubblicare di tutto e di più, e a fungere da ufficio stampa di quella parte di magistratura politicizzata che ha sempre trasmesso ai quotidiani “amici” notizie e veline, strumenti della giustizia ‘a orologeria ‘che condiziona da decenni la politica italiana. L’ANM, per bocca del dimissionario Poniz, continua a negare l’evidenza, denunciando una manovra in atto per delegittimare la magistratura, anziché’ prendere atto che si tratta di auto delegittimazione.

È vero che ogni giorno la magistratura emette migliaia di provvedimenti, e che la grande maggioranza di giudici e pm svolge con imparzialità un lavoro essenziale per il buon funzionamento della democrazia, ma la storia recente insegna, purtroppo, che c’è una parte interventista che ha fatto ampio uso nel tempo di interventi orientati, mediaticamente pilotati e aventi esclusivamente finalità politiche.

Quello che è stato definito uso politico della giustizia, e che si è alimentato di fughe di notizie dalle procure, di gogne mediatiche orchestrate e di avvisi di garanzia divenuti surrettiziamente condanne preventive e definitive. Un segmento che ha agito come strumento destabilizzante per gli stessi equilibri democratici, e il cui potere la riforma Bonafede non scalfirà di un millimetro, perché la strada maestra che comprende la separazione delle carriere viene impedita dall’opposizione ideologica dei Cinque Stelle.

 

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