Le ultime convulsioni del Movimento Cinque Stelle assomigliano molto a un complicato Risiko che, al termine di estenuanti guerre di posizione, si trasforma improvvisamente nel gioco dell’Oca, in cui si torna sempre al punto di partenza. Una sorta di partita di poker in cui tutti giocano a carte scoperte tranne uno, l’Elevato, che al momento giusto squaderna sul tavolo la scala reale che teneva nella manica. Secondo copione, dunque, Conte si è presentato alla comparsata sul tavolo in trattoria di Marina di Bibbona con in mano una scala bucata, inchinandosi all’insostituibile centralità del fondatore, e quando è apparsa l’unica foto che la proverbiale trasparenza grillina ha lasciato trapelare, nessuno ha avuto dubbi su chi fra i due contendenti sia effettivamente andato a Canossa. La storia del Movimento si è sempre caratterizzata come un ibrido anomalo tra improvvisazione politica e cavilli legali, nonostante l’affermazione di principio del non-statuto, per cui più che sui grandi temi identitari le controversie interne sono per lo più state risolte a colpi di sanzioni, espulsioni e ricorsi, con frequenti sconfinamenti nelle carte bollate. Così l’avvocato del popolo, esperto di diritto privato, aveva riscritto lo statuto a proprio uso e consumo, intestandosi l’edificio ormai in rovina senza nemmeno avvertire il proprietario, come se due anni e mezzo a Palazzo Chigi in nome e per conto del Movimento fossero sufficienti a far scattare un’usucapione anticipata. Ebbene: di ritorno da Marina di Canossa deve essersi reso conto che Grillo alla fine gli ha concesso solo un piccolo usufrutto, e non certo a vita, ma dai contorni assai labili e ovviamente revocabile al primo dissenso. Inserire elementi di diritto privato in politica non è mai stato un gran successo, come ha dimostrato il contratto siglato da Lega e Cinque Stelle per dar vita al governo del cambiamento, e questo vale a maggior ragione dentro un Movimento in cui la democrazia diretta resta solo e soltanto l’usbergo dietro cui vige la legge assoluta del capo. Per cui la diarchia imperfetta che si profila alla guida del Movimento sarà nei fatti una “fictio iuris” che porterà definitivamente alla luce la resistibile ascesa e l’insostenibile leggerezza di un ex premier ancora in cerca d’autore. Eppure, a leggere certi resoconti, pare che l’incontro tra Grillo e Conte, per la sua valenza, sia avvenuto a Teano, e che segnerà la storia come il congresso di Vienna o la Conferenza di Yalta. In realtà, se avessero scelto un Autogrill almeno sarebbe rimasta un po’ si suspense. Invece nemmeno quella. Ma ora, archiviata la pantomima del patto storico fra i due Beppe che si sono scambiati i ruoli, con Grillo pompiere e Conte incendiario, saranno le urgenze politiche a mettere il dito nella piaga: che fare sulla riforma della giustizia? E con Draghi, una volta entrati nel semestre bianco? Sarà presto evidente, insomma, che non è in atto nemmeno un armistizio, ma solo una precaria tregua armata

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