Agli occhi dello storico e non del tifoso risulta chiaro che il decadimento di una civiltà ruota (banalizzo, ma neanche più di tanto) quasi sempre intorno a due direttrici fondamentali: una forte crisi monetaria e la perdita di identità da parte della popolazione. È successo con l’Impero romano, travolto, oltre che dalla corruzione e il mal funzionamento della istituzioni di governo, dalla grande svalutazione dei sesterzi e le invasioni dal nord di orde di barbari; è successo con la fine della gloriosa epopea del fiorino d’oro nato al tempo dei liberi Comuni e poi con la fine dell’ancoraggio del dollaro all’oro (misura presa per finanziarie la guerra di Korea, che mise fine però ai patti di Bretton Woods del ‘44 che avevano garantito alla moneta a stelle e strisce prosperità e stabilità). La considerazione non ha la velleità né della completezza né della scientificità ma è la constatazione che tre eventi rappresentano un trend che si è ripetuto ciclico e uguale, come le onde del mare in un pomeriggio caldo di agosto. Balza evidente come la crisi economica da sola non basti a smantellare un sistema, se non viene messo in atto un parallelo svuotamento delle peculiarità di un popolo: le sue abitudini, le sue tradizioni, la sua identità.
Perchè dico “messo in atto”, perché (e mi si perdonerà se ogni tanto credo che la realtà non sia quella che leggiamo sui rotocalchi o ascoltiamo al TG) il graduale disgregamento della civiltà occidentale nasce da una manovra a tenaglia che il grande capitale e la finanza hanno giocato sul piano del depauperamento del tessuto sociale e sul favorire sempre maggiori flussi migratori nel Mediterraneo. Gli schiavisti americani, attenti anch’essi a acquisire manodopera a bassisimo costo, non tennero conto delle conseguenze complesse che nel futuro avrebbe avuto quella scelta miope e figlia del mostro anche oggi va di moda: massimo profitto ad ogni costo. Il mondialismo strisciante e un terzomondismo d’accatto favorito da una Chiesa romana, protagonista interessata a questo processo, hanno messo il tarlo nella trave nell’attesa del crollo finale. I frutti sono subiti arrivati: il risparmio privato, la proprietà immobiliare, le libere porofessioni sono state messe al bando creando una ondata di nuovi poveri.
La perdita di riferimenti culturali e religiosi che avevano fatto da collante nel paese, ha provocato un disorientamento valoriale, l’indifferenza, dove il giusto e lo sbagliato si mescolano senza soluzione di continuità. Ignorare che i flussi migratori incontrollati stiano scavando la fossa di quello che eravamo e non saremo più è pura follia; servisersene per fini poco chiari invece criminale. Pensare però che difendere le frontiere e impedire l’instaurarsi di sacche di criminalità in una grande guerra tra poveri sia la rinascita di fantasmi novecenteschi è la miopia, purtroppo, di gran parte della classe dirigente. Se poi le proposte, anziché quelle di agire sui trattati del mare nelle sedi competenti e con negoziati bilaterali con i paesi frontalieri, sono quelle di sparare sui barconi provenienti dalla Libia o dalla Tunisia allora ci meritiamo questa classe dirigente con tutto il suo esito tragico. Di certo è appurato che a pane e buonismo ormai non si sfama più nessuno e che i muri e i blocchi sono solo per gli spot pubblicitari del caudillo di giornata.

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