L’intervento del senatore Monti nel decimo anniversario della lettera inviata dalla Bce al governo Berlusconi, in cui prende le distanze dalle politiche iper-rigoriste di cui proprio lui fu l’esecutore materiale alla guida del governo, ha qualcosa di surreale. Non è infatti credibile un Dracula che si pente del sangue succhiato. La verità va detta fino in fondo, e Monti non lo fa quando sostiene che “se il governo e la maggioranza dell’epoca fossero stati in grado di realizzare una politica economica credibile, gli acquisti di titoli del Tesoro italiano da parte della Bce non sarebbero diventati indispensabili, la Bce non si sarebbe eretta a podestà forestiero travalicando il proprio mandato, il governo non si sarebbe piegato, come fece, ad una precipitosa soluzione eterodiretta”.
In realtà, in tre anni e mezzo il governo Berlusconi aveva varato quattro manovre finanziarie per un impatto complessivo sui conti pubblici, nel periodo 2008-2014, di 265 miliardi di euro, raggiungendo l’obiettivo del pareggio di bilancio nel 2013”. Lo attestano le parole scritte ancora il 31 maggio 2011, nelle considerazioni finali della Banca d’Italia: “La gestione della crisi è stata prudente, il pareggio di bilancio al 2014 appropriato, la correzione richiesta all’Italia inferiore rispetto a quella necessaria per altri Paesi”. E lo stesso tipo di considerazioni positive ci fu a fine luglio 2011, nel consiglio dei capi di Stato e di governo europei. Ma una settimana dopo arrivò la lettera-diktat della Bce che ordinava al governo italiano di varare, per decreto, una manovra bis da 65 miliardi che si sommava a quella da 80 miliardi decisa appena un mese prima. Com’era possibile che un grande Paese come l’Italia (too big to fail) precipitasse nel giro di pochi giorni in una crisi irreversibile?
Fra le tante commissioni d’inchiesta varate, quella sugli avvenimenti del 2011 sarebbe stata forse la più utile, e infatti non è mai passata. Eppure di materiale ce ne sarebbe a bizzeffe. Fu il Wall Street Journal a scoperchiare il pentolone ricostruendo il clima delle settimane convulse che precedettero la crisi di governo, aperta da Napolitano dopo un voto che in nessun’altra circostanza l’avrebbe provocata. A parte che il professor Monti era stato allertato a tenersi pronto già nel mese di giugno dal Quirinale – e questo è un indizio non proprio irrilevante – il quotidiano finanziario statunitense rivelò le pressioni della cancelliera Merkel per “cambiare il primo ministro se Berlusconi non fosse riuscito a cambiare l’Italia”. Tesi poi confermata dall’ex segretario al Tesoro americano Tim Geithner, il quale, nel suo libro di memorie, raccontò di quando “alcuni funzionari europei” chiesero senza successo all’amministrazione Obama di impegnarsi per far uscire Berlusconi di scena.
Non solo: erano i giorni in cui l’Economist, il Times e il Financial Times invitavano sempre più apertamente Berlusconi, con editoriali di fuoco, a lasciare la presidenza del consiglio. Senza cadere nel complottismo, è certo che in quei mesi accaddero fatti decisamente anomali: consultazioni frenetiche al Quirinale nonostante il governo fosse pienamente in carica, l’attacco speculativo ai titoli Mediaset, le risatine del duo Merkel-Sarkozy, la Deutsche Bank che si disfece della quasi totalità dei titoli di stato italiani, operazione che contribuì a far volare lo spread. Il piano-monstre di privatizzazioni messo in campo per tagliare drasticamente il debito pubblico non fu giudicato rilevante da Napolitano. Il plotone d’esecuzione contro Berlusconi, insomma, era pronto da tempo, e Monti ne fu il primo beneficiario. Le sue, oggi, sui danni dell’austerity, sono quindi solo lacrime di coccodrillo.

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