Il taglio dei parlamentari rappresenta la naturale conclusione della martellante narrazione anticasta che ha riempito per diversi lustri pagine di giornale, talk show televisivi e l’agorà del web, palestra ideale del qualunquismo assurto a sistema. Che il partito dell’anticasta sia nel frattempo diventato casta occupando le poltrone più importanti del governo è solo un dettaglio insignificante, perché una piena così impetuosa trascina inevitabilmente con sé tutto ciò che trova, compresa la coerenza. Ma sarebbe ipocrita nascondere che dopo Tangentopoli non c’è stato attore politico che si sia sottratto alla tentazione – tradotta in impegno solenne – di ridurre le spese della politica partendo proprio dalla tosatura del Parlamento, tema comparso nei programmi di quasi tutti i partiti. Una imbarazzante corsa ad accaparrarsi facili consensi nel vano tentativo di strapparli ai populisti doc ,che non a caso sono cresciuti negli anni in modo esponenziale, fino a portare i Movimenti che li rappresentano sul trono della maggioranza .
A (quasi) nessuno è ancora venuto il dubbio che la belva qualunquista non si placa mai, e che un boccone ancorché corposo non è sufficiente, perché altri ne dovranno implacabilmente seguire, fino a che i tagli alla politica diventeranno tagli alla carne viva della democrazia.Sarebbe necessario fare chiarezza sulle conseguenze di un taglio scorporato da un complesso più articolato di riforme e di contrappesi. Attualmente abbiamo un deputato ogni 96.000 abitanti, mentre dalla prossima legislatura ci sarà solo un deputato ogni 151.200 abitanti e scenderemo così all’ultimo posto in Europa per numero di rappresentanti in proporzione alla popolazione. Il difetto più grande, però, sta nel mancato superamento del bicameralismo paritario, per cui resterà la navetta fra le due Camere senza alcun beneficio allo sveltimento dell’iter legislativo. Per non parlare della rappresentanza popolare, che rischia di essere falcidiata a causa dell’ampliamento territoriale dei collegi, con sei regioni che non avranno neppure un senatore, per cui per rimediare a questo squarcio democratico si dovrà porre mano a una nuova legge elettorale. Proporzionale, naturalmente, per consentire al Pd di entrare in ogni combinazione di governo.
Il Parlamento, oltre a legiferare, ha un altro compito:controllare i governi e limitarne il potere, per cui una riforma assennata dovrebbe garantire il massimo equilibrio fra i poteri dello Stato. Invece il nuovo Parlamento rischierà di rimanere schiacciato nella morsa tra esecutivi sempre più forti e di indebolirsi fino ad annullare di fatto il potere legislativo ove si abbinassero altre riforme quali il cosidetto referendum propositivo.
Si procede a grandi passi verso un tentativo di superamento della democrazia rappresentativa. Con una domanda finale che vuol anche essere una velenosa postilla: l’accordo sul Conte bis è nato non solo per scongiurare i pieni poteri di Salvini, ma soprattutto per arrivare con questa maggioranza all’elezione, nel 2022, del nuovo presidente della Repubblica. Ma se il Parlamento che ha votato il taglio di 345 dei suoi componenti è lo stesso che poi eleggerà il nuovo Capo dello Stato, non stenderà anche sul Quirinale una pesante ombra di delegittimazione preventiva,essendo frutto di numeri di fatto superati e delegittimati.
Tutte considerazioni a futura memoria …in attesa della vittoria degli immeritevoli.

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