Martedì è entrato in vigore il decreto legislativo che adegua il nostro ordinamento alla direttiva Ue sulla presunzione d’innocenza e accorda una serie di garanzie agli indagati ponendo un argine alla gogna mediatica che è stata la prassi costante – da Tangentopoli in poi – di una inaccettabile deriva da Repubblica giudiziaria. L’Associazione dei magistrati lo ha bollato come una summa di “scelte discutibili”, perché irrigidendo la comunicazione con i media dei capi delle procure si metterebbe a rischio “l’effettività dell’assetto democratico della giustizia penale, di cui un tassello importante è proprio il rapporto con la stampa”. Un giudizio che nasce da un palese rovesciamento della realtà consolidata negli ultimi trent’anni, in cui il combinato disposto tra conferenze stampa show e continue fughe di notizie dagli uffici giudiziari ha, questo sì, minato alla base la credibilità della giustizia. Basti pensare al peccato originale, e profondamente illiberale, che ha non solo segnato i rapporti tra magistratura e politica, ma alterato la qualità della nostra democrazia: l’inchiesta di Mani Pulite, in cui gran parte della stampa abdicò al suo ruolo di controllo fungendo da ufficio stampa del pool di Milano, in una corsa dissennata a compiacere il potere emergente, quello giudiziario. Fu il big bang di una falsa rivoluzione che, con la complice inerzia della politica, ha trasformato l’indipendenza costituzionale dell’ordine giudiziario in una sconfinata discrezionalità, facendo dei pm una casta di intoccabili in quanto custodi indiscussi dell’etica pubblica e quindi salvatori della patria. Una narrazione qualunquista che prima ha portato la magistratura ai vertici nelle classifiche del gradimento popolare, ma si è poi infranta nelle crude statistiche, dietro le quali si nascondono autentiche tragedie umane: ogni anno in Italia vengono arrestate settemila persone poi giudicate innocenti, e troppe maxi-inchieste presentate come colpi epocali alla criminalità o alla corruzione sono finite nel nulla lasciando però sul campo vite rovinate, carriere compromesse e una latente sfiducia nella giustizia. Le rivelazioni di Palamara hanno messo l’ultimo, provvisorio tassello a un mosaico inquietante fatto di veleni, dossier e lotte di potere che hanno scoperchiato anche il vaso di Pandora del Csm.
Ora il fronte dei garantisti ha salutato il decreto sulla presunzione d’innocenza alla stregua di una svolta storica, e in effetti si tratta di una norma di civiltà che fa però solo da parziale contrappeso alla pubblicazione di atti istruttori che purtroppo continueranno a uscire illegalmente da procure e cancellerie. Per cui è giusto parlare di una straordinaria occasione per restituire concretezza all’articolo 27 della Costituzione, che considera il cittadino non colpevole fino alla sentenza definitiva di condanna, con il divieto di indicare pubblicamente come colpevoli indagati o imputati, ma con la consapevolezza che senza una radicale riforma della giustizia non basterà certo questo decreto per assicurare agli italiani il ripristino del giusto processo. Del resto, non è già il codice di procedura penale a definire i rappresentanti dell’accusa non come organi depositari di verità indiscutibili ma come una parte del processo posta su un piede di parità rispetto alla difesa? E nonostante l’introduzione del rito accusatorio non è forse ancora palese lo strapotere dell’accusa? Abbiamo scoperto da poco che i pm di Mani Pulite avevano inventato l’escamotage del fascicolo omnibus per mischiare vicende del tutto estranee fra loro e scegliersi il gip preferito per le richieste di arresto, malcostume tuttora facilmente replicabile, aspettando magari il giorno giusto e il gip più disponibile. Alle procure tutto resta concesso, e mettere la sordina alle conferenze stampa è un cerotto sacrosanto su una ferita, però, molto più grande.

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